Nuovo consiglio già giovedì. Poi centrodestra al bivio: attesa o dimissioni di massa

Il prefetto ha corretto il verbale della Commissione elettorale: presto la convocazione del consiglio. Il centrodestra, se vuole il voto subito, dovrà dimettersi entro poche ore per garantire l’invio degli atti al Ministero e favorire la firma del decreto di scioglimento.

Nuovo consiglio già giovedì. Poi centrodestra al bivio: attesa o dimissioni di massa
Sarà convocato con ogni probabilità già giovedì mattina alle 9 il nuovo consiglio comunale di Lecce, alla luce della sentenza emessa dal Consiglio di Stato che ha riassegnato il premio di maggioranza al centrodestra.
È il primo concreto risultato dell’accelerata impressa alle operazioni da parte del sindaco Carlo Salvemini, che già nella mattinata di martedì, aveva incontrato il prefetto, Claudio Palomba, per chiedere di velocizzare gli atti necessari per l’insediamento dell’assise; ed è il frutto anche dell’opera dello stesso Palomba, nominato commissario ad acta, che ha provveduto, come da compito, in queste ore a correggere il verbale della Commissione elettorale leccese, su cui si erano basati i ricorsi dell’opposizione fino alla decisione dei giudici di lunedì scorso.

In queste ore dalla Prefettura il decreto che ridisegna la composizione dell’assise viene trasferito agli uffici di Palazzo Carafa, che già in mattinata stanno provvedendo, tramite la presidente del consiglio, Paola Povero, a convocare per motivi di urgenza l’assemblea cittadina entro le 24 ore successive. A ranghi riuniti, si procederà alla convalida degli eletti.

Da quel momento, scatta il “liberi tutti”, nel senso che materialmente i consiglieri (soprattutto quelli del centrodestra che rappresentano la maggioranza) potranno recarsi da un notaio per formalizzare le proprie dimissioni e depositare le firme necessarie (diciassette in tutto) per chiedere lo scioglimento dell’assemblea: il Prefetto, dopo aver sospeso l'assise, invierà la comunicazione al Ministero dell’Interno, che trasmetterà propria relazione al Presidente della Repubblica, che, infine, dopo averne preso visione, firmerà il decreto di scioglimento.

Proprio in virtù della complessità dell’iter e della ristrettezza dei tempi a disposizione, per segnare la fine prematura dell’amministrazione Salvemini e garantire la possibilità di tornare alle urne entro il prossimo giugno, il centrodestra avrà un giorno in meno del previsto su cui contare per decidere a causa dell'imminente scadenza limite del 24 febbraio: teoricamente per quella data servirebbe la firma di Mattarella sul decreto e, per permettere al Ministero e al Capo dello Stato di avere le carte nelle tempistiche necessarie, le dimissioni dovrebbero preferibilmente concretizzarsi nella giornata di venerdì, all’indomani cioè del consiglio comunale. Ma, tenendo presente la casistica di altre situazioni simili, generalmente tra la relazione del Ministero e l'emanazione del decreto potrebbe intercorrere almeno una settimana: per cui la soluzione più pratica resterebbe quella della sospensione dell'assemblea cittadina fino al decreto che ufficializzerebbe lo scioglimento.

Superata la scadenza del 24 febbraio, però, il ritorno al voto slitterebbe al primo semestre del 2019. Ma l'impulso dato da Salvemini alla vicenda sembra aver condizionato e spiazzato il centrodestra, che, invece, accusa un improvviso rallentamento. È come se dentro l’opposizione di Palazzo Carafa emerga il contrasto di posizioni differenti sul futuro, con malesseri latenti e persino aperture ad un “piano b”, ovvero ad un appoggio temporaneo al governo. Insomma, c'è una spaccatura difficile da nascondere.

E, infatti, le difficoltà si sono evidenziate nell’incontro di ieri sera all'Hotel Tiziano, dove il centrodestra non ha trovato la compattezza dei numeri: sulle 17 firme necessarie non c'è stato accordo e si vocifera che almeno sei consiglieri tentennino, nonostante le dichiarazioni di facciata di tutti i partiti interessati, che si dicono contrari a "inciuci" e "appoggi esterni". Il coordinatore pugliese di Forza Italia, pur in questo quadro, non ha escluso la possibilità di andare avanti con Salvemini, qualora il sindaco "seguisse la linea della maggioranza di centrodestra".

Un'ipotesi difficilmente percorribile, ma che rappresenta comunque un'apertura, come quella già arrivata dall'ex sindaco Adriana Poli Bortone, che ha parlato nelle scorse ore di "impegni condivisi" da ricercare per una sorta di governo di collaborazione. Ci sarebbe poi anche Fabio Valente del M5s, tra gli indisponibili alle dimissioni subito, che non ha intenzione di soccorrere nessuno dei contendenti e preferisce osservare la naturale evoluzioni degli eventi.

Le parole di Perrone e di Giliberti hanno di fatto chiarito l’equivoco interno e l’indecisione regnante tra i "vorrei" ma "non posso".

Difficile che nel giro di poche ore si superi lo stallo, soprattutto in una fase in cui il centrodestra leccese fa fatica a trovare una sintesi unitaria.

Pertanto, se si supererà lo scoglio del 24 febbraio senza novità, il prossimo step sarà il voto in aula del bilancio di previsione, che la giunta Salvemini intende discutere entro il 12 marzo: la mancata approvazione dello strumento economico più importante per l’ente locale comporterebbe ugualmente la fine anticipata dell’amministrazione, aprendo le porte ad un lungo commissariamento che durerà fino al 2019 inoltrato.

Salvemini punta a chiedere un consenso alla luce del sole sulle politiche urbane, mentre le opposizioni saranno chiamate a decidere le sorti immediate della comunità leccese, determinando la caduta dell’amministrazione o ridisegnando, nel caso di un’approvazione, gli equilibri interni all’assise. In quella sede nessuno scenario potrebbe essere precluso.

Un ultimo capitolo, infine, riguarda la possibilità di chiedere il risarcimento per i danni subiti da parte dei consiglieri comunali, finora esclusi per via del verbale della Commissione elettorale e riammessi dalla sentenza del Consiglio di Stato.


Mauro Bortone
( tratto da : www.leccesette.it )

scritto da adriano.napoli il 21/02/2018 18:22