Gli incollati alla poltrona, condannato per corruzione resta alla presidenza della Commissione Lavori Pubblici del Senato

L'ex ministro dell'Ambiente e delle Infrastrutture Altero Matteoli subirà anche una confisca di oltre 9,5 milioni di euro

Gli incollati alla poltrona, condannato per corruzione resta alla presidenza della Commissione Lavori Pubblici del Senato
Senza ombra di dubbio, si sta assistendo all’ennesima puntata della serie: gli incollati alla poltrona. Un mese fa è stato scritto l’ultimo capitolo giudiziario del Mose di Venezia. Dopo una lunga serie di patteggiamenti già avvenuti in gran parte nel 2014, cioè nello stesso anno dell’esplosione del caso con 35 arresti a vario titolo per corruzione, appropriazione indebita e distrazione di fondi pubblici, è arrivata anche la condanna dell’ex ministro all’Ambiente Altero Matteoli a 4 anni di reclusione per corruzione e a oltre 9,5 milioni di multa. Nonostante la sentenza, l’ex ministro non si è dimesso dalla presidenza della Commissione Lavori Pubblici del Senato. Non è la prima volta che in Italia accade una cosa simile, ma è pur sempre un fatto anomalo, per lo meno inconsueto nel contesto delle moderne democrazie occidentali.

A tiscali.it, che avrebbe voluto chiedergli il perché della sua decisione, il senatore forzista ha detto: “Non ho parlato prima che venisse celebrato il processo di primo grado, non parlo nemmeno adesso: le cose che avevo da dire le ho già dette”. Clic. Colloquio chiuso, ma il tema resta. Potrebbe essere intrigante, per esempio, capire qual è stata la reazione dei partiti di fronte a questa decisione del tribunale di Venezia. Le elezioni però incombono, quindi, "mutismo e rassegnazione". Solo il M5s per qualche ora ha tentato di incalzare l’ex ministro. Strano, un silenzio molto strano, perché ai partiti la vicenda del Mose dovrebbe interessare.

Rappresenta l’opera pubblica più costosa degli ulti decenni: è passata dai due miliardi del progetto iniziale agli attuali 6,2. Il doppio, in buona sostanza, ha rilevato Gian Antonio Stella sul Corriere, “di quanto è costata l’Autostrada del Sole, costruita in otto anni contro i tre decenni e oltre impiegati finora per il discusso sistema di paratie”. Sia chiaro, l’ex senatore di An deve essere considerato innocente sino alla definitiva sentenza della Cassazione. Resta il fatto che Matteoli, nonostante la sentenza, non ha sentito il bisogno di mollare. Le sue mancate dimissioni non sorprendono, altri hanno fatto così, ma sicuramente non depone a favore delle “usanze” del nostro Paese. “Nei Paesi seri”, ha scritto Stella, chiunque in una situazione simile “si sarebbe dimesso un minuto dopo il verdetto veneziano. Un minuto”.

Per i procuratori Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini il consorzio del Mose, guidato da Giovanni Mazzacurati, “aveva messo in piedi un sistema di società fittizie canadesi e austriache per gonfiare le fatture da versare alle aziende consorziate che facevano i lavori, usando soldi pubblici che arrivavano per l’opera, con tanto di autorizzazione Cipe”, ha scritto Stella. Con queste premesse, le aziende del consorzio non “non avevano bisogno neppure di vincere le gare, visto che la legge speciale per il Mose prevedeva una deroga al Codice degli appalti per la realizzazione della grande diga veneziana, che aveva la possibilità di usare in piena libertà gli affidamenti diretti”. Così le fatture potevano essere gonfiate fino al 50%. Una parte del maltolto sarebbe poi servito per pagare i politici considerati influenti, corrompere la Guardia di Finanza o altri enti di vigilanza.

Per gli inquirenti, Matteoli avrebbe insomma facilitato questi approcci. Lui ha reagito dicendo di non essere un corrotto: “"Come ho avuto modo di confermare anche stamani davanti al Tribunale di Venezia non sono un corrotto, mai ho ricevuto denaro né favorito alcuno. Non comprendo quindi questa sentenza verso la quale i miei avvocati ricorreranno in appello. Ho il dovere di credere ancora nella giustizia nonostante la forte amarezza che patisco da quasi 4 anni per una vicenda che non mi appartiene", aveva commentato dopo la sentenza.

Non esiste una legge che obblighi i presidenti delle commissioni parlamentari a dimettersi davanti a una condanna in primo grado. “All’estero, però, c’è chi ad alto e altissimo livello ha dato le dimissioni per aver copiato una tesi di laurea, per il noleggio di due film a luci rosse pagate con la carta di credito governativa, per non avere messo in regola da subito una domestica, per non aver controllato che la baby-sitter fosse o meno in regola… Altre culture, altre persone”, ha rilevato Stella. Articolo 27 della Costituzione ... l'imputato non è considerato colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna. Significa che fino ad allora il soggetto si considera innocente: principio di presunzione di non colpevolezza. La parola alla Cassazione.

Paolo Salvatore Orru


( articolo tratto dal sito notizie.tiscali.it)


scritto da adriano.napoli il 17/10/2017 11:30