FONDAZIONE ALLEANZA NAZIONALE . An ridotta a bottino conteso.

L'ex sottosegretario on. Nicola Bono lancia scrive una lettera aperta sulla gestione della Fondazione di An. E accusa: " Nel CDA c'è gente indegna!

FONDAZIONE ALLEANZA NAZIONALE . An ridotta a bottino conteso.

Carissimi,

Le recenti vicende della Fondazione e le polemiche pubbliche su chi avesse vinto l'ultimo scontro per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione, nel frattempo elevato da 15 a20 compnenti, più il Presidente, senza alcuna giustificazione oggettiva, ed all'unico scopo di elargire "posti di potere" ai propri protetti, mi ha stimolato a scrivere l'articolo che è stato pubblicato oggi sul Tempo di Roma e di cui vi invio per corretta informazione sia il testo stampato, che il più lungo, articolato e approfondito testo inviato e molto ben sintetizzato.

Rimane l'amarezza di assistere sempre più impotenti al "cupio dissolvi" della nostra famiglia politica e alla sempre più evidente inutilità dell'unico strumento, la Fondazione AN che, se bene utilizzato, potrebbe al contrario contribuire alla rinascita, su basi radicalmente rinnovate, degli eterni valori e ideali della Destra Italiana.

Un affettuoso saluto a tutti.

Nicola Bono

                   TESTO INVIATO AL GIORNALE:

La fondazione AN metafora del cupio dissolvi della destra italiana
La destra in Italia appare ormai pericolosamente a rischio di estinzione.
Ciò che ha sempre determinato la peculiarità della destra italiana è stata la coerenza nella
difesa dei suoi valori fondanti, grazie ai quali persone di diversa estrazione, formazione
culturale e sensibilità sociale e religiosa si sentivano uniti in un comune sentire a tutela di
un bene superiore e pronti a correre rischi e sacrifici al servizio di una militanza politica
che ha contribuito a scrivere la storia democratica del nostro Paese.
Valori fondanti quali il sentimento nazionale, coniugato a un altrettanto forte e convinto
sentimento europeo, per un'Europa dei popoli e non certo dei mercanti, ma che proprio
per questo andava costruita con spirito di intelligente apertura e seguendo i doverosi
passaggi politici e parlamentari possibili, per i quali la Destra in Italia non ha mai mancato
con coerenza di adoperarsi.
L'opposizione al comunismo che ha contribuito a scongiurare il pericolo che l’Italia fosse
trascinata nella deriva dei paesi satelliti dell’URSS, un forte sentimento di socialità e
rispetto dei diritti dei più deboli, insieme alla convinta esigenza che la solidarietà non va
confusa con l’assistenzialismo clientelare e inefficiente che tanto danno ha recato al
Paese e, in ogni caso, deve necessariamente essere sempre compatibile con lo sviluppo e
la crescita della ricchezza collettiva. E soprattutto il rispetto per la sicurezza e l’ordine
pubblico e l’impegno ad oltranza per la legalità, contro ogni forma di affarismo e corruzione
da parte della politica e della burocrazia, che non hanno avuto remore nell’utilizzare i loro
ruoli e funzioni per perseguire interessi illeciti in violazione del giuramento di servire il
popolo italiano e distruggendo il futuro del Paese.
Di questa Destra, cosa resta oggi?
La diaspora di una pluralità di sigle, velleitarie quanto insignificanti e in perenne gara tra
loro per chi riesce ad emulare meglio Marie Le Pen e i vari soggetti euroscettici
sparpagliati in Europa e purtroppo anche in Italia, assestati su posizioni antieuropeiste,
antieuro e soprattutto antistoriche.
Una scelta di imitazione di soggetti politici con radici storiche e culturali del tutto diverse
dalle tradizioni italiane e che nasconde una debolezza di fondo, in merito all’assenza di
analisi serie sulle vere ragioni della crisi del Paese e, soprattutto, delle reali prospettive per
poterne uscire, che mai potranno essere realizzate con il fantomatico ritorno alla lira e con
una sorta di Italyexit, che costituirebbe per il nostro Paese una tragedia epocale.
Una Destra non solo dimentica della propria storia e cultura, ma che addirittura fa l’errore
storico di rinunciare a intestarsi il ruolo di alternativa al pensiero unico, con la forza degli
argomenti che di diritto le appartengono.
E così che si realizza l’incredibile condizione che nel nostro strano Paese non ci sia un
solo partito genuinamente europeista, atteso che le formazioni meno lontane dall'Europa
come minimo teorizzano la necessità di profondi e radicali cambiamenti dei trattati,
ovviamente nell’unica direzione che la politica italiana conosca e cioè la caccia alla
“flessibilità” per continuare a spendere debito pubblico e garantirsi un consenso comprato,
piuttosto che attuare politiche ispirate al buon governo e alla tutela del “Bene Comune”.
Ma in quale paese o contesto storico, la destra avrebbe mai teorizzato autolesionistiche
dottrine economico-sociali fondate sulla distribuzione clientelare e fine a se stessa di
risorse pubbliche, specie se frutto di indebitamento crescente e sempre più soffocante nei
confronti dell’economia del paese, condannato a una ipertassazione e a una
arcicontribuzione che ne impediscono ogni possibile virtuoso sviluppo? E tutto ciò in nome
di una malintesa socialità? O come scorciatoie al consenso accattone? Ma soprattutto chi
nella Destra si è mai posto la domanda se queste strampalate pratiche potrebbero mai
costituire una qualche soluzione ai problemi cronici del paese?
Una destra quindi autoreferenziale, interessata al potere e non al suo uso per risolvere i
problemi della collettività nazionale, convinta che sia una nobile strategia alimentare come
la lega o il movimento cinque stelle il risentimento popolare e i suoi peggiori istinti per
acquisire consensi facili, anche se precari e per questo rinunciataria nei confronti di
formule elettorali maggioritarie e, di fatto, disponibile anche a subire l'ipotesi di grandi
coalizioni con la sinistra, pur sapendo che non sarebbero mai foriere di Buon Governo o
come in Sicilia, dove si sta dando vita ad una aggregazione che riabilita tutti i peggiori
potentati della politica regionale, cui la Destra offre, come il famoso personaggio “vota
Antonio” del grande Totò nel film “Gli Onorevoli” la copertura morale di facciata. E,
ovviamente, è venuta meno anche la tensione del rigore morale e della lotta contro ogni
forma di corruzione e di illegalità.
In questo senso soccorre a testimonianza l'intera vicenda della Fondazione AN, nata per
costituire un punto fermo sulla storia e sugli ideali della destra italiana e per perpetuarne i
valori alle future generazioni, con la speranza nel tempo della rinascita di una formazione
politica che potesse tornare legittimamente a occupare lo spazio politico che le compete; e
che invece, sin dall'inizio, è servita unicamente a blindare il controllo del suo patrimonio da
parte di un ristretto gruppetto di ex dirigenti di Alleanza Nazionale, peraltro in buona parte
responsabili del fallimento politico che ha cancellato una storia gloriosa.
Una fondazione caratterizzata da uno statuto antidemocratico e strumentale al controllo
dei pochi predestinati contro il quale ci siamo battuti per anni, almeno per eliminare alcune
delle più indigeribili prepotenze, come quella dell'istituzione del “comitato dei 100
partecipanti di diritto e aderenti” costituito per espropriare i poteri propri dell'assemblea
generale dei soci della Fondazione, che normalmente in qualunque organo associativo è
l'organo volitivo per eccellenza.
Un Comitato, costituito da 50 componenti nominati dal consiglio di amministrazione, che a
loro volta eleggono gli altri 50 componenti, per il completamento del quorum di 100 unità.
Quindi un organo di controllo che è l’espressione diretta del Consiglio di Amministrazione
che, giustamente, da organo controllato si nomina il controllore. L'ultima riunione di questo
Comitato è stata il 9 settembre scorso, data in cui dopo avere immotivatamente aumentato
il consiglio di amministrazione da 15 a 20 componenti, oltre al Presidente, si è proceduto
alla elezione dei componenti, il cui esito ha messo in luce il disagio dell’attuale assetto,
con rivendicazioni incrociate di vittoria da ambedue le fazioni in competizione.
Una competizione per il controllo del tesoretto, del simbolo di AN e di qualsiasi altro
aspetto gestionale, senza alcuna idea né volontà di come sostenere un processo di
ricostruzione dei valori di cui l’Italia e l’Europa avvertono fortemente la mancanza.
A che serve rivendicare pseudo vittorie o l’aumento dei propri adepti all’interno di un
organo chiuso, composto da una platea lottizzata in gruppi e gruppetti, in cui è evidente
che i massicci e improvvisi cambiamenti di casacca, a poca distanza dal voto nazionale,
lasciano pensare di essere stati indotti più da valutazioni opportunistiche, che da nobili
conversioni ideali, e avrebbero suggerito una maggiore prudenza espressiva.
Mentre di contro è stata assordante l’assenza di qualsiasi protesta sulla presenza, in
passato impensabile, di soggetti eletti nel Consiglio di Amministrazione interessati da
procedimenti giudiziari per reati infamanti, che non solo non si sono mai dimessi, ma
continuano come se nulla fosse il proprio impegno, senza avere prima doverosamente
chiarito la loro posizione nelle sedi preposte.
E’ evidente che una questione morale non da poco interessa la Destra Italiana, che non si
pone più limiti etici e comportamenti che sono sempre stati sue peculiarità, come la
sanzione sociale nei confronti di chi si rende sospetto di gravi reati.
Come ci si può candidare a moralizzare la vita pubblica, se non si riesce a governare in
maniera coinvolgente e democratica e ad affidare a galantuomini al di sopra di qualsiasi
dubbio le proprie strutture organizzative?
Forse l'esito di questa ultima amara vicenda all'interno della fondazione farà riflettere
almeno alcuni dei protagonisti sul fatto che probabilmente sarebbe stato meglio, nell’ultima
assemblea generale, appoggiare chi voleva le modifiche statutarie fondamentali per
restituire ai soci la sovranità decisionale della Fondazione, piuttosto che votare la mozione
poi lasciata inattuata di FdI.
Occorre purtroppo prendere atto che la Fondazione AN ad oggi non è più il luogo di tutti gli
ex AN e, tanto meno degli italiani che sentono il richiamo dei valori eterni della destra, e
diventa sempre di più uno strumento lontano dalle ragioni della sua costituzione e dalla
tutela dei valori per i quali generazioni di militanti si sono battuti e molti anche sacrificati.
Credo che occorra una seria presa di coscienza da parte di tutti i soci della Fondazione
sulla necessità di svincolarsi da logiche di appartenenza e acquisire la convinzione che la
Fondazione deve essere restituita al suo ruolo di luogo di incontro, dibattito, riflessione e
ricerca, e non luogo di battaglia e di conquista da parte di fazioni animate da obiettivi di
bassa cucina politica.

Nicola Bono
già deputato e sottosegretario ai beni culturali


scritto da adriano.napoli il 13/10/2017 09:45